Ci troviamo di fronte alla possibilità di nuove elezioni nazionali e, per un momento, vorrei lasciare da parte le polemiche spicciole – ci torneremo presto – e volare alto.
Dobbiamo essere nelle condizioni di capire che tipo di programma possiamo sottoporre ai nostri elettori. Siamo ben consapevoli che fino a questo momento, nell'epoca del berlusconismo imperante, la confezione ha avuto la prevalenza sul contenuto. In altri termini, la simpatia, il carisma personale del leader, hanno prevalso nella visione delle cose. La scarsa attendibilità della politica e dei politici ha fatto il resto.
In buona sostanza, attualmente qualsiasi politico può dire tutto e il contrario di tutto, tanto nessuno gli crede. Ed è veramente un guaio, visto che -in questo modo- sono stati annientati tutti punti fermi della politica degli anni passati.
Una volta, tanto tempo fa, i partiti avevano l'essenziale ruolo di elaborare le linee politiche. Queste si racchiudevano in un programma. E questo programma veniva presentato agli elettori. Era proprio dalla "fisionomia" che le varie forze politiche esprimevano (cattolico-conservatrice della vecchia democrazia cristiana, vicina alle masse popolari quella del partito comunista, progressista quella dei socialisti e dei socialdemocratici), che si potevano dedurre -più o meno- gli orientamenti sui quali si fondava quello che oggi viene definito il "sentiment" dell'elettorato, e di conseguenza la volontà di voto che sarebbe stata espressa nelle urne.
È necessario adesso che si ricominci a discutere di politica, che deve riequilibrare il suo rapporto con l'economia. E' necessario che si ricominci a discutere di programmi. E' quello che intendo cominciare a fare, sperando di essere presto seguito da molti altri.
Bene, sapete a quanto corrisponde una pensione di invalidità? A € 250 circa.
Una autentica miseria per coloro che possono contare su stipendi decenti, ma una somma che fa la differenza - spesso- tra la vita e la morte per molti.
Ora, il programma del futuro governo di centro sinistra dovrà essere improntato non a criteri astratti e confusi ma dovrà affrontare concretamente, praticamente,le necessità reale dei cittadini: una risposta immediata potrà essere – fra le altre - la creazione del cosiddetto " reddito di cittadinanza". Un reddito minimo cioè da riconoscere a tutti coloro che non dispongano di una occupazione stabile, siano essi giovani o anziani, Una somma di denaro disponibile a prescindere dalle condizioni particolari del singolo, che potrebbe fare la differenza fra la disperazione e la dignità, tra l'assoluta mancanza di prospettive e la fine della paura del futuro.
Qualcuno, superficiale, pedante e comunque male informato sosterrà ora l'impossibilità – per le nostre magre finanze - di un provvedimento del genere. Qualcun altro -ancora più ignorante e maligno- riterrà invece che un provvedimento del genere potrebbe incentivare il fannulloni.
A tutti costoro, profondamente ignoranti, vorrei consigliare di andarsi a riguardare il welfare degli altri paesi europei civili: vi troverebbero che il reddito di cittadinanza -comunque lo si voglia chiamare- è una realtà concreta ormai da molti anni in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Olanda, per non parlare delle democrazie nordiche.
Soltanto l'adesione acritica da parte di molti, evidentemente interessata o lautamente ricompensata (parlo di una piccola minoranza di economisti da due soldi, giornalisti pennivendoli ed altra simile genìa), ha potuto far si che crescesse si diffondesse in Italia il mito di un paese che doveva correre dietro al costo del lavoro di altre nazioni dove lo sfruttamento era regola ed i lavoratori tenuti in condizione di semischiavitù.
Questo ha determinato che ormai in Italia la stragrande maggioranza di coloro che arrivano a quarant'anni ed oltre siano precari sfruttati, sottopagati e con scarsissime prospettive per il loro futuro. Dall'altra parte è cresciuta una minoranza rapace, senza valori che non fossero quelli della sopraffazione economica, di una specie di "legge della giungla" darwiniana, e per i quali gli altri, le persone comuni, sono un grazioso ornamento da usare o buttare, oppure un seccante fastidio.
Non starò a ripetere le tonnellate di luoghi comuni sulla televisione che rincretinisce, o sugli pseudo-modelli culturali propinati da un imprenditore brianzolo che, molto fortunato nella sfera economica, è stato e continua ad essere disastroso in quella politica.
Tornando alla mia proposta, sarei felice di conoscere il parere di quanti, leggendo le mie brevissime considerazioni, volessero darmi anche qualche suggerimento operativo, tenendo conto che questo genere di proposta io l'ho già formulata quand'ero responsabile del Dipartimento Mezzogiorno del mio partito e che essa era stata parzialmente recepita -per la verità con la resistenza del solo Partito Democratico- nel programma "Per il bene dell'Italia" di Romano Prodi del 2006.
Oltre alla misura – minima – del reddito di cittadinanza, sarebbe assolutamente necessario che la coalizione che si presenta come alternativa, forte e credibile, al quindicennio di stagnazione berlusconiano ponesse al centro della sua prossima azione di governo non solo e non tanto un programma organico – le singole misure verranno prese volta per volta, a seconda delle necessità del momento – quanto una vera e propria “ filosofia d'azione” cui informare appunto le misure particolari da prendere, così da dare immediatamente alla nuova compagine governativa una fisionomia precisa, progressista ed in grado di affrontare con spirito innovativo le molteplici difficoltà che si prospettano.
Il liberismo economico applicato alla politica non solo ha fallito nei suoi obiettivi di consentire una crescita armonica della società ma, com'era prevedibile, ha ampliato disuguaglianze e insicurezze. Non ci sarebbe voluto un premio nobel a prevedere che, dopo la caduta del muro di Berlino, l'obiettivo per la metà del mondo - sino a quel momento vittima dell'ideologia comunista - sarebbe stato di raggiungere il livello di vita occidentale. Solo che questo livello di vita non era solo di tipo economicistico, basato sull'intenso sfruttamento della mano d'opera a basso costo che si rendeva disponibile, ma era il risultato di politiche sociali maturate in decenni di evoluzione, che privilegiavano non la produzione dei beni in sé ma la loro distribuzione equilibrata, consentendo la crescita armonica della società nel suo complesso, la sicurezza rispetto alle incertezze della vita, una vecchiaia dignitosa con buone pensioni, un lavoro tutelato nei suoi diritti essenziali e ben remunerato, un controllo di legalità non solo nei confronti dei poveracci e dei disperati, ma soprattutto nei confronti di chi aveva dalla sua parte le leve del potere e del denaro.
E' tempo di rimettere sulla giusta strada la società italiana, che sembra aver perso completamente la bussola.
Eppure l'Italia dispone di patrimoni enormi, anche in termini squisitamente monetari. La nuova formazione politica che vincerà dovrà puntare a reperire le sue risorse tassando non il reddito, personale o aziendale, ma le rendite. Non chi lavora dovrà contribuire ulteriormente al rilancio dell'economia, ma il patrimonio. Questo dovrà essere tassato, dovranno essere controllate le transazioni finanziarie ed alleggerito invece il carico ai produttori di ricchezza, lavoratori o imprese. Le risorse disponibili in questo senso sono tutt'altro che scarse. E se il sistema di controlli verrà attuato sul serio, con i mezzi informatici attualmente accessibili, si ridurrà al minimo anche la possibilità di una fuga dei capitali.
Inoltre, se milioni di disperati si affollano alle nostre frontiere è perché sfuggono a fame e umiliazioni. Ignorarli o chiudersi nei propri confini per paura di perdere i propri privilegi è il modo più sicuro per arrivare all'effettiva perdita del proprio livello di ricchezza. Accanto alla stagnazione, il quindicennio berlusconiano – dominato dalla Lega – ha attuato politiche di respingimenti e di chiusura facendo leva sulle preoccupazioni della gente, con il risultato che, lungi dal mantenere complessivamente i propri privilegi, la società italiana nel suo complesso - anche nelle parti un tempo più ricche - si è fortemente impoverita oltre che disorientata.
L'utilizzo delle risorse, tuttavia, non dev'essere lasciato all'iniziativa della politica, che ha dimostrato – nel nostro Paese, una volta di più - di essere incapace di utilizzare le risorse stesse per il bene comune. No, le disponibilità finanziarie dovranno essere gestite sempre più a livello locale, di associazioni, di semplici comitati, d'intesa eventualmente con le amministrazioni locali, realizzando così un vero federalismo economico fondato sulla partecipazione e sulla solidarietà.
Si rimane in attesa di suggerimenti.
Antonio Chiappetta
Tesoriere regionale di Italia dei Valori Calabria
1 anno fa











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